joe strummer

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domenica 27 aprile 2014

I tre giorni del pollo

“Allora, mi raccomando, eh…” “Si papà”. “Comportatevi bene” “Si papà”. Ecc. ecc. Si papà. Ciao papà.  

E adesso che i figli non ci sono per tre giorni, cosa succede? Succede che iniziano i tre giorni del condor che però, considerando il contesto, devono avere un riferimento un po’ più ridotto. E allora il pollo con la gallina al posto del passeggero fa la valigia e parte. Si va a Verona, dove i nostri passano un bel pomeriggio da turisti, tra un bar letterario e una gelateria un po’ più prosaica e, soprattutto, tra  le piazze e i palazzi di una città che avevano dimenticato troppo velocemente. Il giorno dopo ci ritornano, perché li aspetta un evento atteso da 11 anni. “Arena di pace e di disarmo”, l’incontro del mondo pacifista che, dopo anni di stallo, finalmente ha ritrovato spirito e persone per tornare a far sentire la sua voce. Si parla di tredicimila persone all’Arena, un bel numero, soprattutto perché lì non si regalava niente, ma si veniva ad ascoltare gente che parlava, fermi sotto un sole che è stato un ulteriore regalo (pure troppo, ma non sottilizziamo…). Una bella boccata di ossigeno, che risolleva lo spirito ormai prostrato da volantini, correzione di bozze e amenità simili. Rifletto che questo avviene nello stesso giorno in cui il nostro presidente della repubblica dice che “non possiamo sottovalutare la necessità di essere in grado di dare un concreto apporto, dove sia necessario, sul piano militare” e che gli interventi vanno fatti “senza indulgere a decisioni sommarie che possono riflettere incomprensioni di fondo e perfino anacronistiche diffidenze verso lo strumento militare, vecchie e nuove pulsioni demagogiche antimilitariste”. Così, incidentalmente, ho l’occasione di dire quello che penso da quando è stato rieletto, e cioè, una volta di più, che Napolitano non mi rappresenta più, per queste parole,  ripetute in diversi contesti, di totale conservazione e arretratezza e di difesa smaccata di strutture che tutelano affarismi, sprechi indecenti e uno status quo di gigantesca difesa del potere. Lui che racconta di essere per le riforme (trovatemi uno che non lo è…) è il principale baluardo della restaurazione. Anche queste, scene già viste. Pazienza, probabilmente re Giorgio tirerà avanti anche senza la mia approvazione. Comunque, tornando a noi, è stato proprio bello riascoltare, dopo tanti anni, don Albino Bizzotto, padre Alex Zanotelli e don Luigi Ciotti (il clero tanto vituperato finisce per esprimere anche le menti migliori della nonviolenza, qualcosa vorrà pur dire …) che ci riaprono il cuore con discorsi  da guide civili, ma tenendo sempre in mano il Vangelo. Le ingiustizie, le piccolezze, le arroganze, le storture, sono messe tutte in fila perché ognuno di noi ci rifletta e si faccia motore del cambiamento. Ecco, queste persone invece mi rappresentano moltissimo e, in sostanza, incarnano i valori che, nel mio piccolissimo, vorrei tanto poter testimoniare anch’io. Bravi tutti: Renato Accorinti, il sindaco di Messina, in particolare ha fatto un discorso molto caldo ed emozionante. Mi è però particolarmente caro  Francesco Vignarca perché anche lui, come il sottoscritto, non ha certo il piglio del tribuno della plebe ma che con il suo instancabile lavoro ha intessuto una rete di opposizione a quel progetto demenziale di acquisizione degli F35 che è ormai conosciuta in modo diffuso e che ha contribuito in modo molto importante a instillare il dubbio sull’utilità di questa spesa, dubbio che, adagio adagio, si sta diffondendo, finalmente, anche tra i parlamentari. Gad Lerner diceva che in Parlamento qualcosa sta succedendo davvero, speriamolo. Nel caso, dovremo ringraziare soprattutto questo ragazzo (beh insomma, siamo tutti ragazzi …) Anche il nostro consiglio comunale ha approvato una mozione in cui si chiede di rivedere questa spesa e, studiando il materiale per portarlo in consiglio comunale, ho scoperto cose davvero agghiaccianti, che per quello che mi riguarda, dimostrano con chiarezza la malafede di chi lo sta difendendo. Ma questa è un’altra storia ….
 In questa invece c’è quella di due agratesi che, dopo questo bagno di folla e di parole (sulla musica, purtroppo, bisogna stendere un velo pietoso), prendono la loro autina e decidono di farsi un bel bagno di cultura. Dormono in un bell’agriturismo a Badia Polesine, immerso nella campagna e non nei capannoni, molto caratteristico e confortevole, con i gestori che ti trattano come uno di famiglia dopo 3 minuti. Ma nella sala ristorante, con tre tavoli occupati, chi ti trova la signora? Essi, un collega, con il quale discetta per l’intera serata di concorsi dall’esito molto dubbio ma anche di Gino Girolomoni e della sua pasta Montebello. Il sabato, cultura a mani basse: al mattino siamo a Rovigo per la mostra “L’ossessione nordica”. Splendido posto (il palazzo, non Rovigo…), mostra molto particolare, opere esposte mediamente di un certo livello, allestimento non sempre impeccabile, soprattutto nelle connessioni tra nordici e italiani, che a volte era un po’ da immaginare. Però ne è valsa la pena.  E poi, già che eravamo in zona, perché non fare un bel salto a Ferrara, alla mostra di Matisse? Insomma, due mostre in un giorno, un record. Anche da questa mostra, organizzata un uno dei palazzi più famosi d’Italia, si viene fuori con un certo senso di soddisfazione. Mancano magari i capolavori più famosi, ma in 12 stanze ci sono opere provenienti da gallerie di tutto il mondo e anche ad un parvenu dell’arte come il sottoscritto alla fine sembra di aver capito tutto. Però, Matisse, mica potevi finire la carriera facendo i collage  …. J Fuori dalla mostra la signora incontra una sua amica di vecchia data e con questo colpo di teatro i tre giorni del pollo terminano. Ora ci resta solo la campagna elettorale

martedì 22 aprile 2014

Sola andata

Oggi vi racconto una cosa un po’ personale. Di una persona che sta tornando a casa, dall’altra parte del mondo. Sembra bello, e magari lo è, ma forse dovreste avere qualche informazione in più. Per esempio, che torna a casa da quattro figli che abitano con la nonna, che ora non può più assisterli. Che lascia il marito in Italia a lavorare con un contratto da negrieri in una cooperativa, pagato una miseria senza tredicesima, senza ferie e in sostanza sapendo di poter far valere qualsiasi diritto, ma sapendo che dietro di lui c’è un esercito di disperati pronto a prendere il suo posto in un perenne gioco al ribasso su tutto. Che fino a poco tempo prima con due stipendi manteneva una famiglia, ora ce ne sarà solo uno, che dovrà anche pagare le spese fisse qui (bollette, affitto ecc.) e da questo lei dovrà dipendere, invece di portare a casa la sua parte come ha fatto finora. Che probabilmente non vedrà più quel mondo a cui, dopo 14 anni, ormai aveva fatto l’abitudine, per dover rientrare a casa, dove c’è la sua famiglia, le sue origini, ma dove c’è un mondo che ormai ha sorpassato e bollato come arretrato e dove probabilmente dovrà assistere la mamma.
Potrei fare un bel discorso, che sarebbe peraltro sacrosanto, però ora riesco solo a pensare a quanto può essere lacerata una persona che si trova a dover scegliere se essere felice per gli altri o triste per sé, a dover fare un salto nel vuoto con la prospettiva di difficoltà materiali, per sé e per la famiglia. E, soprattutto, quale razza di mondo abbiamo costruito, nel quale dopo 14 anni di fatica si deve poggiare la propria vita sui dubbi, nel quale non c’è diritto che tenga, non c’è principio che funzioni, non c'è carità che giovi, ma c’è soltanto un aereo con un biglietto di sola andata e uno strapiombo di punti di domanda.

Qui una raccomandazione al Padreterno ci sta proprio bene

venerdì 18 aprile 2014

Numeri e manganelli

Sarà capitato anche a voi di leggere della polemica sollevata dalla foto che è passata in questi giorni su giornali e siti di tutta Italia di quel poliziotto che ha calpestato una ragazza durante la manifestazione per il diritto alla casa a Roma lo scorso sabato e che si è giustificato dicendo che pensava di aver sotto i piedi uno zainetto. Una giustificazione che pare piuttosto incredibile a chiunque, una panzana davanti alla quale si fatica perfino a sorridere, tanto è priva di qualsiasi traccia di decoro. Ovviamente, ognuno si giustifica come può, soprattutto quando si è nel panico. Insomma, non lo giustifico, ma, detta dal diretto interessato, mi sembra una reazione umanamente naturale
Più che questo, mi sembra degno di una riflessione ciò che ha scatenato questo fatto. Il capo della polizia dice “abbiamo avuto un cretino che dobbiamo identificare”, il giorno dopo il prefetto di Roma ritorna sulle vecchie posizioni che conosciamo bene e proclama che il cretino è diventato un servitore dello stato con un comportamento inspiegabile. Il resto dell’intervista è tutta una teoria di giustificazioni, di ma anche, di benaltrismo infarcito di posizioni di retroguardia che spesso ascoltiamo da questi grandi difensori delle corporazioni, chiudendo l’intervista dicendosi favorevole al codice identificativo per i poliziotti, ma a patto di «introdurre, contestualmente, norme che regolamentino il diritto costituzionale di manifestare». Gli fa eco l’ineffabile Angelino che, qualche ora fa, dichiara:  “Sono contrario al codice identificativo per le forze dell’ordine. Se questi sono i manifestanti, l’identificativo ci vorrebbe per loro, non per la polizia”.
Come succede sempre, mi dà più da pensare chi, di fronte a queste cose, tace. Del resto, per farsi sentire nel brusio di fondo dell’informazione occorre ululare oltre il muro del suono, e certamente non è facile. La logica che sta dietro a queste dichiarazioni mi sembra però davvero ballerina. In sostanza, il prefetto dice che i codici identificativi per gli agenti si possono mettere solo se limitiamo le manifestazioni. Il nesso onestamente non mi sembra proprio evidentissimo, anche perché questo ci porterebbe a dire che potremo avere carceri modello solo quando avremo detenuti Doc e scuole efficienti solo se gli alunni saranno tutti studiosissimi. Insomma, dichiarazioni imbarazzanti da parte di un cosiddetto “uomo di stato”. Su Angelino, mi pare che non servano molti commenti. E’ una dichiarazione completamente priva di qualsiasi forma di rispetto dei diritti, anche se la trovo comunque in linea con la sua storia di qualunquismo e arrivismo. Del resto, i teorici della tolleranza zero alla Fini, che ora si gode la meritata pensione dopo anni di onorato servizio, non sono estranei alla linea della creazione del pericolo per poi poter intervenire con i metodi più repressivi urlando all’untore. Non credo faccia eccezione questo spiegamento di forze contro un piccolo stratagemma che a me sembra normalissimo, che non toglie nessuna forma di sicurezza a chi fa onestamente il proprio mestiere, che, in caso di problemi, gli concede tutte le attenuanti che merita ma non permette più difese d’ufficio per categorie, né di dividere il mondo con gli slogan, lasciando perennemente impunite le “mele marce” a scapito dei tanti onesti che si vedono infangati da pochi disgraziati. A scanso di equivoci, questo principio trovo valga esattamente anche per chi va alle manifestazioni col casco integrale e le spranghe nascoste dentro i cassonetti la sera prima. Peccato che, come ci ha insegnato l’ineffabile gestione di Genova al G8, i teppisti se la cavano sempre, nella peggiore delle ipotesi e molto raramente con qualche sera all’umido, mentre sempre più spesso chi viene manganellato non se lo merita. Si tratta di persone che poi non parteciperanno più a manifestazioni e che saranno ulteriormente sfiduciate o arrabbiate. Insomma, tutta legna tolta al fuoco ardente del cambiamento sano, per spostarla o verso il nichilismo o verso gli arrabbiati contro tutto e tutti.

Quindi, mi state dicendo che … Mumble mumble ….

domenica 13 aprile 2014

A volte ritorno

E’ strano, più che altro. Ricominciare a scrivere qui è un po’ come aver scoperto come rintracciare un vecchio amico. Cosa faccio, gli mando una mail o gli telefono? Un SMS, forse? Magari lo disturbo, magari non si ricorda più di me, magari è diventato un alcolizzato che non riesce neppure a tirarsi insieme al mattino, oppure un pescecane della finanza che si gira a guardarti solo se emani profumo da un milione di euro sul conto. E allora, come faccio a ripartire con questo blog? provo con un discorso programmatico, scrivo una presentazione un po’ più aggiornata, sparo un annuncio bomba…. No, non va bene nulla … e allora, mentre scelgo lo stile migliore, provo al far finta di niente e a rientrare fischiettando, come se nulla fosse. Volete che vi racconti cosa ho fatto da quando ho abbandonato questo luogo, volete sentire scuse, narrazioni di cataclismi, cronache di migliaia di ore di riunioni sugli argomenti e nei luoghi più strani? No eh… e allora ve lo dico lo stesso, magari però un’altra volta
L’ultima volta che sono stato qui, c’era il caimano. Ora di lui si può finalmente parlare come di un pregiudicato e, da ieri, del suo ex braccio destro come di un latitante catturato dai servizi segreti stranieri. Certo, un latitante al limite della demenza senile, se è stato beccato per aver usato la carta di credito e il cellulare. Ulteriore prova, se mai ce ne fosse bisogno, che per sconfiggere il crimine non serve né Perry Mason né il tenente Colombo ma, molto più spesso, la volontà politica può fare la sua parte. O non farla, a seconda di chi ha il coltello per il manico. Ora c’è il Bomba, il taumaturgo, quello che #staisereno (ti sto accoltellando, ma che sarà mai, papà Cesare … ),  l’ennesimo illusionista chiamato a ballare sulle ceneri di una società sull’orlo del baratro economico ma, soprattutto civile, dopo 20 anni di devastazioni berlusconiane. Ho l’impressione che, a forza di invocarla, questa Provvidenza si sia un po’ scocciata di essere tirata per la giacca e che abbia messo una bella croce sul nostro paese e sulla teorie di nani e ballerine che ormai senza soluzione di continuità la tirano in ballo e poi la buttano nel cestino alla prima occasione. Se mi conoscete lo sapete già, non ho mai avuto simpatia neppure per questo soggetto, che trovo populista fino all’inverosimile e pericoloso come il pregiudicato sul piano dei contenuti e dei messaggi che trasmette. Della sua stessa categoria mi sembrano anche il piglio autoritario e le sue predilezioni per il mondo dei potenti, per i capi della finanza e per gli affari di amici e amicidegliamici travestiti da sviluppismo ecc, con la differenza che il pregiudicato è straricco (non parliamo di come lo è diventato), mentre il Bomba gli straricchi li ossequia. Almeno per ora. Però, ovviamente, attendiamo il nostro alla prova dei fatti. Per ora, gli 80 euro presi dalle detrazioni non sono certo un colpo di genio, ma d’altronde è anche difficile fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci se non ce n’è neppure uno. Zero per mille, fa sempre zero.  Sugli F35, il nostro ha tentato di buttarla in vacca come al solito dicendo che il problema dell’Italia non sono gli F35 ma gli F24 (genio, genio!!), mentre il suo ministro (quella arrivata terza su tre alle primarie a Genova, mica una qualsiasi…) è riuscita a dire una cosa e il suo opposto nel giro di due giorni però quando va a fare le maratone tutti i flash sono per lei. Sul resto dei ministri, mi pare che ci sia solo da votarsi alla clemenza divina, tra yesmen, uomini del potere e della conservazione e equivalenti politici della Carfagna. Anche in questo caso la scelta di volersi circondare da signori nessuno è identica a quella che ha fatto il pregiudicato nella composizione dei suoi governi, e più passata il tempo, più sceglieva personaggi asserviti o asservibili. Del resto, come mi hanno insegnato a dire quando ero giovane, se Atene piange, Sparta non ride. Ma neppure Tessalonico, direi, perché il terzo incomodo, il guru del vaffanculo, è anche peggio. S-fascista ormai laureato a pieni voti, sventaglia mitragliate per il solo gusto di farlo, senza un minimo di verifica o di distinzioni, autoproclamandosi crociato dei costumi e accoltellando al cuore chiunque dei suoi non gli dimostri ossequio incondizionato in qualsiasi situazione. E questi vorrebbero insegnarci la democrazia diretta… ci sarebbe da ridere, se non fosse vero.
I colpi di maglio che il pregiudicato ha quotidianamente assestato alle coscienze civili degli italiani hanno fatto danni pesantissimi e serviranno anni e anni perché ci cancelli questo perenne egoismo, la corsa all’accumulazione e al profitto, l’abitudine farsi portare dovunque da qualsiasi pifferaio fino al momento in cui ci si trova davanti al burrone e allora, dopo che a migliaia sono già precipitati, urlare, scappare, indignarsi, invocare processi di strada e giustizia del popolo
Insomma, dopo anni, direi che sono cambiati i nomi, ma la realtà è sempre la stessa, se non peggiore. E’ anche per questo che ho accettato di ricominciare questa avventura con Insieme per Agrate e di provare a dare il mio piccolo contributo per cambiare qualcosa

Se volete saperne di più su questa materia, alla prossima puntata!

giovedì 3 aprile 2014

Countdown

A breve si riparte. Non vedevate l'ora, vero? Ma soprattutto, non sapete perchè, scommetto....
Dai, resistete ancora qualche giorno, ce la potete fare ...
Un po' mi dispiace, perchè il diario di bordo della missione Realsan non merita di essere oscurato da facezie quotidiane, però tutto ha una fine. Sembra che perfino il pregiudicato di Arcore stia tirando gli ultimi (politicamente, d'intende ...)
Comunque, potete sempre andare un po' indietro e rileggere i post precedenti. A me piacciono, però pare che non sia carino dirlo, quindi non lo farò. . Ma magari c'era anche qualcuno di voi, in spirito e verità ma non solo

mercoledì 25 aprile 2012

This is the end (my only friend)


8 giorno

Ora è proprio finita, questo pomeriggio si ritorna. Per fortuna, non è proprio il primo pensiero che ho quanto mi sveglio. Del resto, 3 ore di sonno non sono tantissime e far ripartire il motore in queste condizioni non è sempre agevole. Ritento un colpo di coda, ma nulla, mi tocca alzarmi. Doccetta, valigia e provo un’ultima sortita al museo antropologico, di cui si parla un gran bene. Mi chiamano mentre sono ancora in alto mare con i preparativi, maledico salmodiando i primi santi del calendario la ristrettezza delle ore di sonno e mi abbandono al mio destino, nel quale il museo proprio non ci sta. Qualche ora dopo scopro che il museo di lunedì è chiuso e penso con un ghigno a cosa avrei fatto se mi fossi scapicollato per unirmi alla comitiva. Il mio programma per oggi è molto più modesto: giretto in centro finchè si può e poi tutti a casa. Per non tradire la tradizione del gruppo, impieghiamo un’oretta per radunare i partecipanti, prendiamo il nostro pullmino da 12 che ci scarica davanti alla cattedrale. La visita lascia  perplessi un po’ tutti, si tratta di un chiesone totalmente rinnovato, probabilmente del tutto simile alla vostra parrocchia o a quella vicina. Passiamo all’altro lato della piazza: Palacio Nacional. Un bel palazzo coloniale un po’ decaduto ma con una sua sincera dignità. Purtroppo appena entrati uno dei nostri companeros lo equipara al palazzo del film Il dittatore dello stato libero di Bananas e per tutta la visita il fato mi ha costretto a canticchiare la colonna sonora (quiero una noche, quiero...). Intendiamoci bene, vette tale incommensurabile classe cinematografica non sono quasi più state toccate.
Esaurita la canzoncina, lo stomaco brontola. Il contesto in cui siamo non è propriamente dei più amichevoli. A parte il caldone umido che rende i nostri passi pesanti un discorso di Monti, non è chiaro il confine tra i mendicanti e i ladruncoli. Nel dubbio, con una certa frequenza veniamo avvicinati da personaggi con un chiaro interesse per il nostro portafoglio. Rispetto alle nostre abitudini milanesi, qui le richieste sono però molto più pressanti e, cosa ancora più affascinante, l’affetto che viene dimostrato nei nostri confronti non scema neppure sotto i colpi delle monetine. Mi sa che la notizia della nostra simpatia si è diffusa più veloce dell’aumento del debito pubblico. In questo contesto, scegliamo per il pranzo un improbabile Pollo Indio, locale lungo e stretto ancora più caldo del normale, dove le pale che girano al massimo (uè furbetto, ho scritto senza doppie, eh) al massimo creano un effetto scirocco che ti fa rimpiangere McDonald’s. All’inizio, di dieci che siamo solo due si azzardano a mangiare, per gli altri solo bibite ghiacciate. Di questi, uno ha probabilmente gli anticorpi sviluppati in anni passati in Sudamerica, l’altro ha l’incoscienza scritta in fronte. Ovviamente, in omaggio al più famoso aforisma di Oscar Wilde, impiego 2 minuti per farmi convincere dalle lodi della cucina salvadoregna e alla sua presunta provenienza da allevamento ruspante. Comunque sia, il pollo è effettivamente buono, la reazione di Montezuma per il momento non c’è stata, ma per questo sappiamo che i tempi sono ignoti. Quiero una noche quiero ...

Ultima meta, la tomba di monsignor Romero. E’ nella cripta della cattedrale, in un luogo un po’ strano. Non si paga biglietto, non ci sono spazi di accoglienza, c’è invece un grande spazio vuoto centrale e la tomba in fondo a destra. Bassa, in marmo scuro, a richiamare il viso e la figura come per permettere di ricordarlo ancora a chi lo aveva conosciuto. All’altezza del cuore, una pietra rossa. Tutto sommato, considerando che si tratta della figura più rappresentativa della storia recente del paese, è un’opera modesta e assolutamente lontana dal kitsch, qualità che non avrei riconosciuto a questa popolazione, che probabilmente non sono stato in grado di decodificare in maniera soddisfacente nel corso di questa settimana.
La nostra visita, complice il caldo e forse anche il prossimo rompete le righe, si conclude a ritmi davvero pachidermici. Dopo un'attesa di mezzoretta, in cui tutti si abbandonano mollemente su muretti e scalini, arriva il pullmino che ci riporta in albergo e da qui all'aeroporto. E’ proprio ora di tornare. Quiero una noche, quero ...


lunedì 23 aprile 2012

Gruppo Vacanze Piemonte


7 Giorno

Ovviamente, il settimo si riposò. Le fatiche della notte hanno trovato un po’ di sfogo grazie alla giornata libera di oggi. Sveglia alle 9, solita colazione super e pullmino che ci aspetta per andare a Joya de Ceren, un sito archeologico maya non troppo distante da qui. Una parte di noi, soprattutto spagnoli, sono già partiti per andare a fare una gita per il vulcano San Salvador. Li attende una bella sgroppata e per questo sono partiti un paio d’ore prima di noi. Oggi, quindi, giornata di chiacchiere e di relazioni. Visitiamo un campo di lava, interessante per chi non è mai stato in Islanda, ma che in confronto ad altri scompare. Del resto Roberto, la nostra guida che poco oltre scopriremo essere in mezzo tra Fidel Castro e Bakunin, ci informa che in Salvador ci sono 100 vulcani, di cui 6 attivi. Uno di questi è San Salvador, proprio quello davanti alla capitale. Vabbe, tanto io domani me ne vado … Arriviamo al sito di Joya de Ceren senza problemi, passaggio al museo e finalmente iniziamo ad introdurci nel piacevole clima tropicale, cioè un discreto caldino e un’umidità imbarazzante, ma anche una specie di giardino botanico con un diluvio di colori, forme e dimensioni che lasciano tutti a bocca (semi)aperta. I più dotti di noi distinguono il croton, il caiun con l’anacardo sotto, ma anche la pallinuvia florina e la cadimonia piumata. Non li conoscete questi due, vero? Eccerto, me li sono appena inventati … Comunque, e questo non è uno scherzo, è davvero uno spettacolo. Le rovine dell’insediamento maya però lo sono ancora di più. Una perfezione e una modernità architettonica che ancora oggi lascia stupefatti, così come i tanti misteri che la leggenda di questo popolo si porterà dietro nei secoli. No, non fino al 21 dicembre 2012 perché, come ci hanno già detto in due, quella sarà la data in cui cambierà il calendario, non della fine del mondo. Mi dispiace dirvelo, ma dovrete continuare a pagare il mutuo anche per il 2013. Devo anche dire che queste rovine mi sembrano ben conservate e tenute. I bagni di servizio sono però una vera latrina e questo, nel rispetto del principio che prevede  che la civiltà dei popoli si distingue dallo stato di mantenimento dei bagni pubblici, dovrebbe aiutare a stringere più strette relazioni di fratellanza tra salvadoregni e italiani. In bus si era deciso di puntare poi al vulcano anceh noi, ma appena dopo la visita Roberto ci dice che a 5 km da qui è possibile visitare le piramidi di San Andres. E chi siamo noi per poterci permettere di saltare questa visita? E via, alle piramidi. Splendida costruzioni, se vogliamo anche un pochino inquietanti sia per l’ampiezza dello spazio nel quale sono collocate, sia per il senso di ieraticità che diffondono, sia perché Roberto ci racconta che qui si faceva il gioco della palla che non era proprio come il nostro calcio, ma che aveva un epilogo volendo anche più cruento delle partite più violente che conosciamo. Chi vinceva, infatti, che usasse il 442 o il 433, aveva il privilegio di essere sacrificato. E il sacrificio, mica era così, ti pugnalo e buonanotte. Eh, nononononono, cari miei, i maya avevano il loro bel senso dello spettacolo. Quindi, prima il cuore, tagliato ed estratto e poi una bella decapitazione, con tanto di desta rotolante giù dalla piramide e sommo gaudio della folla. Quindi, cari amici interisti, c’è qualcuno che con il gioco della palla aveva da rimetterci più di voi. A parte tutto questo, onestamente un posto bellissimo, uno di quei posti con la classica atmosfera magica, che non si può raccontare. Come Stonehenge, come la spiaggia di Vik. Se non ci credete, andateci.

Il gruppo vacanze Piemonte riprende il mezzo meccanico per l’ascensione al vulcano San Salvador, Ultima meta della nostra giornata. Quando la strada inizia a salire il nostro pullmino Hyundai inizia a soffrire le pene dell’inferno e un paio di volte anche in prima sembra tirare gli ultimi, ma in un paese che è stato in guerra fino all’altro ieri, una salita non sarà mica questo gran problema … Ad un certo punto anche il motore inizia a respirare e ci appare il ristorantino. Posto molto carino, aria decisamente meno spiacevole. Scopriamo di essere a 2000 metri e questo ovviamente spiega molte cose. Pausa pappatoria e ripartenza, ma solo per qualche minuto. Sulla vetta del vulcano, solito spettacolo di estrema peculiarità: parcheggio di 10 auto, in compenso troviamo almeno une ventina di bancarelle (non contiamo i battitori liberi) con ogni genere di generi di conforto e di scritte (su una c’era scritto Bienvenidos – Willkommen, per il piacere dell’unico turista di Colonia che hanno visto da queste parti negli ultimi 4 anni). Mangiare lì vorrebbe dire scatenare l’ira più furente di Montezuma, quindi passiamo oltre e arriviamo rapidamente alla caldera del vulcano, el boqueton. Lunga un chilometro e mezzo, profonda 600 metri, piena di verde dentro. Non so se mi sono capito, ma sembra il seti di un film di Indiana Jones. Oltre a questo però non c’è molto altro da vedere. Ritorniamo quindi in albergo, salutiamo la nostra guida extraparlamentare, ceniamo e poi seratina nei locali di Santa Tecla, che chi ci è stato la sera prima ci dice essere “come i Navigli, ma senza acqua”. Purtroppo scopriamo che tra sabato e domenica sera i Navigli se ne sono tutti andati e rimane solo una teoria di porte chiuse con un paio di locali aperti. Insomma, l’effetto è Riccione nel mese di novembre. Ci infiliamo in uno dei pochissimi aperti, peraltro semivuoto, e lo occupiamo militarmente. Ne usciremo a note fonda, ma la mia serata non è ancora finita. Il bicchiere della staffa viene magicamente riempito e contemporaneamente mi parte la riunione più notturna che abbia mai fatto (e, spero, che farò mai in tutta la mia vita). Torno a dormire che ormai albeggia, piuttosto confuso dalla riunione e sicuramente dall’orario di allettamento, che non toccavo ormai dalla mia ruggente gioventù. E adesso però  basta riunioni!