joe strummer

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mercoledì 25 aprile 2012

This is the end (my only friend)


8 giorno

Ora è proprio finita, questo pomeriggio si ritorna. Per fortuna, non è proprio il primo pensiero che ho quanto mi sveglio. Del resto, 3 ore di sonno non sono tantissime e far ripartire il motore in queste condizioni non è sempre agevole. Ritento un colpo di coda, ma nulla, mi tocca alzarmi. Doccetta, valigia e provo un’ultima sortita al museo antropologico, di cui si parla un gran bene. Mi chiamano mentre sono ancora in alto mare con i preparativi, maledico salmodiando i primi santi del calendario la ristrettezza delle ore di sonno e mi abbandono al mio destino, nel quale il museo proprio non ci sta. Qualche ora dopo scopro che il museo di lunedì è chiuso e penso con un ghigno a cosa avrei fatto se mi fossi scapicollato per unirmi alla comitiva. Il mio programma per oggi è molto più modesto: giretto in centro finchè si può e poi tutti a casa. Per non tradire la tradizione del gruppo, impieghiamo un’oretta per radunare i partecipanti, prendiamo il nostro pullmino da 12 che ci scarica davanti alla cattedrale. La visita lascia  perplessi un po’ tutti, si tratta di un chiesone totalmente rinnovato, probabilmente del tutto simile alla vostra parrocchia o a quella vicina. Passiamo all’altro lato della piazza: Palacio Nacional. Un bel palazzo coloniale un po’ decaduto ma con una sua sincera dignità. Purtroppo appena entrati uno dei nostri companeros lo equipara al palazzo del film Il dittatore dello stato libero di Bananas e per tutta la visita il fato mi ha costretto a canticchiare la colonna sonora (quiero una noche, quiero...). Intendiamoci bene, vette tale incommensurabile classe cinematografica non sono quasi più state toccate.
Esaurita la canzoncina, lo stomaco brontola. Il contesto in cui siamo non è propriamente dei più amichevoli. A parte il caldone umido che rende i nostri passi pesanti un discorso di Monti, non è chiaro il confine tra i mendicanti e i ladruncoli. Nel dubbio, con una certa frequenza veniamo avvicinati da personaggi con un chiaro interesse per il nostro portafoglio. Rispetto alle nostre abitudini milanesi, qui le richieste sono però molto più pressanti e, cosa ancora più affascinante, l’affetto che viene dimostrato nei nostri confronti non scema neppure sotto i colpi delle monetine. Mi sa che la notizia della nostra simpatia si è diffusa più veloce dell’aumento del debito pubblico. In questo contesto, scegliamo per il pranzo un improbabile Pollo Indio, locale lungo e stretto ancora più caldo del normale, dove le pale che girano al massimo (uè furbetto, ho scritto senza doppie, eh) al massimo creano un effetto scirocco che ti fa rimpiangere McDonald’s. All’inizio, di dieci che siamo solo due si azzardano a mangiare, per gli altri solo bibite ghiacciate. Di questi, uno ha probabilmente gli anticorpi sviluppati in anni passati in Sudamerica, l’altro ha l’incoscienza scritta in fronte. Ovviamente, in omaggio al più famoso aforisma di Oscar Wilde, impiego 2 minuti per farmi convincere dalle lodi della cucina salvadoregna e alla sua presunta provenienza da allevamento ruspante. Comunque sia, il pollo è effettivamente buono, la reazione di Montezuma per il momento non c’è stata, ma per questo sappiamo che i tempi sono ignoti. Quiero una noche quiero ...

Ultima meta, la tomba di monsignor Romero. E’ nella cripta della cattedrale, in un luogo un po’ strano. Non si paga biglietto, non ci sono spazi di accoglienza, c’è invece un grande spazio vuoto centrale e la tomba in fondo a destra. Bassa, in marmo scuro, a richiamare il viso e la figura come per permettere di ricordarlo ancora a chi lo aveva conosciuto. All’altezza del cuore, una pietra rossa. Tutto sommato, considerando che si tratta della figura più rappresentativa della storia recente del paese, è un’opera modesta e assolutamente lontana dal kitsch, qualità che non avrei riconosciuto a questa popolazione, che probabilmente non sono stato in grado di decodificare in maniera soddisfacente nel corso di questa settimana.
La nostra visita, complice il caldo e forse anche il prossimo rompete le righe, si conclude a ritmi davvero pachidermici. Dopo un'attesa di mezzoretta, in cui tutti si abbandonano mollemente su muretti e scalini, arriva il pullmino che ci riporta in albergo e da qui all'aeroporto. E’ proprio ora di tornare. Quiero una noche, quero ...


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