joe strummer

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mercoledì 18 aprile 2012

In principio era il verbo, ma prima ancora il soggetto


Giorno 1
“Beato te che vai in Centramerica, chissà come ti diverti!”. Se tutti i divertimenti sono così, tanto vale che mi faccia monaco trappista.  Oggi si è iniziato tardino, verso le 10, ma poi è stato un fuoco di fila di presentazioni fino alle 19.30, con un’oretta scarsa di pausa pranzo e, soprattutto, 8 ore di fuso orario ancora sul grugno. E ancora oggi, non abbiamo ancora messo il muso fuori dall’albergo e temo che, dopo il briefing sulla sicurezza da parte di un funzionario ONU (quale onore!), anche i più temerari ora inizieranno a rifletterci seriamente prima di fare i gradassi.

A parte la stanchezza, la giornata ci è servita per immergerci nel clima, che da domani sarà campale, nel vero senso della parola. Oggi ci è stato spiegato come funzionano le cose da queste parti, cosa si attende il progetto da noi, quale situazione di partenza ci si parerà di fronte da domani mattina, quando inizieremo ad andare sul terreno a visitare non chiacchieroni come noi, ma lavoratori. La nostra missione sarà quella di visitare una mancomunidad, termine che pare sia poco traducibile ma che sovrebbe assomigliare a comunità, nel nostro caso sovranazionale. Visiteremo infatti questo strano soggetto politico-amministrativo costruito a cavallo tra Honduras, Guatemala e El Salvador, dove si stanno concentrando progetti e sforzi del progetto Presanca in materia di sicurezza alimentare, ma direi, più in generale, in materia sociale, visto che uno dei programmi più ambiziosi lì è quello di eliminare l’analfabetismo. Un obiettivo così ambizioso di pelle mi ha ricordato un po’ i progetti fame zero, ma non poniamo limiti alla divina provvidenza. Tutti sono un po’ preoccupati dalla giornata di dopodomani, quando saremo in visita (o in affiancamento) ad una famiglia guatemalteca, ma lasciamo tempo al tempo. Domani ci attende una levataccia alle 5.50, un bel viaggio in autobus e poi tre visite in Honduras e il pernottamente in Guatemala. Ce n’è abbastanza

Mi sembra, di nuovo, di aver visto cose un po’ strane ma anche molto belle. Un sacco di persone che lavorano nei progetti, che per noi possono sembrare passatempi da radical chic, mentre qui, magliettina d’ordinanza a parte, sono davvero attività che fanno la differenza tra vivere di stenti e vivere dignitosamente. Il luogo dove siamo dice però descrive lo stridore tra realtà e aspirazioni americaniste che mi pare di aver a più riprese notato. Avere camerieri in livrea che ti accompagnano la sedia non è proprio uno stato compatibile con i progetti di sviluppo, ma poi finisce che ci si lamenta sempre delle vacche grasse. Più frequento queste persone, più mi dispiace del fatto che in precedenza non ci siano state occasioni di costruzione di una rete.  Mi sembra proprio che, anche dalle relazioni che (tutte in spagnolo…) oggi ho sentito, la costruzione di un coordinamento sui progetti e la necessità di far conoscere esperienze e operatori sia  un problema comune a qualsiasi attività, ma, contemporaneamente, un passaggio sempre più indispensabile per cercare di governare una complessità che, diversamente, si può gestire solo con la forza o con risultati poco significativi. Aver però visto che le esperienze di rete, anche se partono da nulla, possono generare grandi risultati, dovrebbe darci il buon esempio per cercare di lavorare con maggiore attenzione in quesa direzione
 


Nella telefoto Ansa, potrete ammirare i partecipanti italiani alla missione in tutto il loro splendore. Purtroppo lo striscione della Juve era occupato e abbiamo dovuto far la foto davanti a questo.

Vabbè, 6 ore di sonno me le sono meritate, per oggi. Nano nano

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