joe strummer

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sabato 21 aprile 2012

Meet el Presidente


E fu sera, e fu mattina, quinto giorno. Sveglia finalmente ad orari umani  (si fa per dire, sempre le 6.40 erano…). La colazione non si presenza sotto i migliori auspici, arriva al tavolo la classica coppetta di sottaceti che ci fa temere il peggio, e in effetti le previsioni vengono rispettate. Arriva di default un piatto con frittata con i funghi, bastoncino di pesce un po’ smunto (la mia dirimpettaia ipotizzava, per il gusto pieno, pangasio), palletta di fagioli e altre meraviglie salate. Fa eccezione il solito pezzo di papaia, che però non è buono come quello dello Sheraton. Del resto, noblesse oblige.
La giornata di oggi è fondamentalmente dedicata al trasferimento in Salvador. Passiamo la dogana senza particolari difficoltà, una volta tanto, sorpassando la teoria di camion stile Duel parcheggiati su entrambi i lati delle strade, in modo da costringere le auto ad una specie di senso unico obbligato e ritorniamo nella querida patria. Destinazio9ne Candelaria del la Frontera, dove arriviamo dopo aver viaggiato praticamente tutta la mattina. La nota più interessante è una discussione sulla partecipazione e le forme della politica che avrei voluto tanto fare ad Agrate, ma che purtroppo non è un gran terreno per questi aspetti. Bella, molto arricchente, fatta da persone che sanno dove sono, che mi pare spesso suonino la musica che piace a me, che lavorano con i miei stessi obiettivi. Naturalmente non la pensavamo tutti nello stesso modo, però chssenefrega. Potessi parlare con queste persone più spesso, forse la politica mi piacerebbe un po’ di più. Amen, carpe diem. Nel frattempo, intercettiamo un meraviglioso spettacolo da povertà estrema: uina discarica non so quanto ufficiale e un sacco di persone in cima ai cumuli alla ricerca di materiale da recuperare, con un odore da girone infernale e il resto immaginatevelo da soli.

Arriviamo al nostro obiettivo e veniamo separati in tre gruppi. Io vado a vedere un impianto di compostaggio. Mal me ne incolse, ma pazienza. Forse la deformazione professionale mi ha giocato un brutto tiro. Dopo questa bella esperienza, riprendiamo il viaggio e andiamo a pranzo in un ristorante, ovviamente a mezzoretta di strada, tanto per non perdere l’occasione. Cibo buono, suonatori di marimba intollerabili (come ieri sera, non potevo mica scrivere tutto…) e spettacolo finale con ballo tipico con clangore di spade finale. Mancava che uscisse pulcinella e poi eravamo a  posto. Da qui, finalmente ritorno a San Salvador, dove vediamo, tra i mercatini fatti lungo la strada, il solito panorama (bello) con le montagne in lontananza , i soliti sorpassi a destra che ormai non mi fanno più né caldo né freddo (anzi, se volete venire con me in macchina appena torno, siete avvertiti) e i soliti rifiuti lungo il ci8glio della strada, anche un’operazione di polizia, con due ragazzi faccia al muro e mani dietro la nuca, all’americana. Non so cosa sia successo dopo, ma forse è meglio non indagare.

Il programma prevede di tornare in albergo, incipriarsi il naso, sbarbarsi, mettersi il vestito buono e andare ad un appuntamento di eccezione, ricevimento con il segretario generale del SICA, il sistema di integrazione centramericana, in altri termini l’equivalente centramericano dell’Unione Europea. E scusate se è poco. Il perenne ritardo con il quale abbiamo fatto le cose in questi giorni ci accompagna anche oggi. Il nostro pullman non ferma in albergo ma ci porta direttamente nella sede del SICA, dove ci viene detto che non torneremo in albergo ma che saremo ricevuti dal Segretario Generale in maglietta puzzolente e calzoni sporchi. Comprensibile giubilo generale e occupazione militare della sala convegni, in attesa dell'arrivo del grande capo, prevista entro una mezzoretta. Scatta istantaneamente la deficienza goliardica e tutti si mettono a farsi fotografare seduti al tavolo dei relatori o al microfono del Segretario, finchè, a scatti finiti, lo stesso si manifesta a noi in tutta la sua beltade. Breve relazioni, interventi fiume, qualcuno un po’ mieloso, qualcuno decisamente mieloso, ma è un po’ nella logica del momento. Di fatto, tra di noi le cose ce le siamo già dette (a dire il vero, cosa pensino gli spagnoli non lo sapevo, ma dagli interventi non ho notato riflessioni molto diverse dalle nostre), anche quelle che non si possono dire in pubblico e un evento come questo ha più un significato simbolico, in questo senso credo molto importante, piuttosto che materiale.  Rimane quindi il gesto politico davvero rilevante di una figura istituzionale così importante che decide di spendere un paio d’ore con un gruppo come il nostro per ascoltare le nostre impressioni.  Per il resto, molto va visto come gioco delle parti. Rinfresco direi all’altezza della situazione e poi, via, verso l’agognato albergo, dove facciamo in tempo  a vedere l’arrivo degli invitati ad una festa di matrimonio della high society salvadoregna, con signore (molte inguardabili) in lungo, teppetti vestiti da Al Capone  e sposa che arriva in limousine.  
Domani si discute di come salvare il mondo. Direi che anche oggi abbiamo fatto giornata.

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