E fu sera, e fu mattina, quinto giorno. Sveglia finalmente
ad orari umani (si fa per dire, sempre
le 6.40 erano…). La colazione non si presenza sotto i migliori auspici, arriva
al tavolo la classica coppetta di sottaceti che ci fa temere il peggio, e in
effetti le previsioni vengono rispettate. Arriva di default un piatto con
frittata con i funghi, bastoncino di pesce un po’ smunto (la mia dirimpettaia
ipotizzava, per il gusto pieno, pangasio), palletta di fagioli e altre
meraviglie salate. Fa eccezione il solito pezzo di papaia, che però non è buono
come quello dello Sheraton. Del resto, noblesse oblige.
La giornata di oggi è fondamentalmente dedicata al
trasferimento in Salvador. Passiamo la dogana senza particolari difficoltà,
una volta tanto, sorpassando la teoria di camion stile Duel parcheggiati su
entrambi i lati delle strade, in modo da costringere le auto ad una specie di
senso unico obbligato e ritorniamo nella querida patria. Destinazio9ne
Candelaria del la Frontera, dove arriviamo dopo aver viaggiato praticamente
tutta la mattina. La nota più interessante è una discussione sulla
partecipazione e le forme della politica che avrei voluto tanto fare ad Agrate,
ma che purtroppo non è un gran terreno per questi aspetti. Bella, molto
arricchente, fatta da persone che sanno dove sono, che mi pare spesso suonino
la musica che piace a me, che lavorano con i miei stessi obiettivi.
Naturalmente non la pensavamo tutti nello stesso modo, però chssenefrega.
Potessi parlare con queste persone più spesso, forse la politica mi piacerebbe
un po’ di più. Amen, carpe diem. Nel frattempo, intercettiamo un meraviglioso
spettacolo da povertà estrema: uina discarica non so quanto ufficiale e un
sacco di persone in cima ai cumuli alla ricerca di materiale da recuperare, con
un odore da girone infernale e il resto immaginatevelo da soli.
Arriviamo al nostro obiettivo e veniamo separati in tre
gruppi. Io vado a vedere un impianto di compostaggio. Mal me ne incolse, ma
pazienza. Forse la deformazione professionale mi ha giocato un brutto tiro.
Dopo questa bella esperienza, riprendiamo il viaggio e andiamo a pranzo in un
ristorante, ovviamente a mezzoretta di strada, tanto per non perdere
l’occasione. Cibo buono, suonatori di marimba intollerabili (come ieri sera,
non potevo mica scrivere tutto…) e spettacolo finale con ballo tipico con
clangore di spade finale. Mancava che uscisse pulcinella e poi eravamo a posto. Da qui, finalmente ritorno a San
Salvador, dove vediamo, tra i mercatini fatti lungo la strada, il solito
panorama (bello) con le montagne in lontananza , i soliti sorpassi a destra che
ormai non mi fanno più né caldo né freddo (anzi, se volete venire con me in
macchina appena torno, siete avvertiti) e i soliti rifiuti lungo il ci8glio
della strada, anche un’operazione di polizia, con due ragazzi faccia al muro e
mani dietro la nuca, all’americana. Non so cosa sia successo dopo, ma forse è
meglio non indagare.
Il programma prevede di tornare in albergo, incipriarsi il
naso, sbarbarsi, mettersi il vestito buono e andare ad un appuntamento di
eccezione, ricevimento con il segretario generale del SICA, il sistema di
integrazione centramericana, in altri termini l’equivalente centramericano dell’Unione
Europea. E scusate se è poco. Il perenne ritardo con il quale abbiamo fatto le
cose in questi giorni ci accompagna anche oggi. Il nostro pullman non ferma in
albergo ma ci porta direttamente nella sede del SICA, dove ci viene detto che
non torneremo in albergo ma che saremo ricevuti dal Segretario Generale in
maglietta puzzolente e calzoni sporchi. Comprensibile giubilo generale e
occupazione militare della sala convegni, in attesa dell'arrivo del grande capo, prevista entro una mezzoretta. Scatta istantaneamente la deficienza
goliardica e tutti si mettono a farsi fotografare seduti al tavolo dei relatori
o al microfono del Segretario, finchè, a scatti finiti, lo stesso si manifesta a noi in tutta la sua beltade. Breve relazioni, interventi fiume, qualcuno un
po’ mieloso, qualcuno decisamente mieloso, ma è un po’ nella logica del
momento. Di fatto, tra di noi le cose ce le siamo già dette (a dire il vero, cosa pensino gli spagnoli non lo sapevo, ma dagli interventi non ho notato riflessioni molto diverse dalle nostre), anche quelle che non si
possono dire in pubblico e un evento come questo ha più un significato
simbolico, in questo senso credo molto importante, piuttosto che
materiale. Rimane quindi il gesto
politico davvero rilevante di una figura istituzionale così importante che decide
di spendere un paio d’ore con un gruppo come il nostro per ascoltare le nostre
impressioni. Per il resto, molto va visto come
gioco delle parti. Rinfresco direi all’altezza della situazione e poi, via,
verso l’agognato albergo, dove facciamo in tempo a vedere l’arrivo degli invitati ad una festa
di matrimonio della high society salvadoregna, con signore (molte inguardabili)
in lungo, teppetti vestiti da Al Capone e sposa che arriva in limousine.
Domani si discute di come salvare il mondo. Direi
che anche oggi abbiamo fatto giornata.
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