Siamo allo showdown, direbbe qualcuno dei miei companeros.
Oggi, sabato, dovrebbe essere (anzi,
sarà) l’ultimo giorno attivo di riunioni. Oggi la sveglia è arrivata un po’
prima, e non è stata sonora. Montezuma si è vendicato anche su di me, sembra
però in maniera abbastanza leggera, fortunatamente (sembra…). Detto in altri
modi, siccome Bella ciao pare essere l’unica canzone comune tra italiani e
spagnoli, questa mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor (ma era dentro
di me, direbbe Quelo)
A parte queste piacevoli interruzioni, oggi conclusioni
finali. Si chiedeva al gruppo di trarre delle conclusioni e di formulare delle
proposte stante quanto è stato detto e visto in questi giorni. Praticamente, ci
si chiedeva come salvare il mondo. Ho proposto subito la clonazione di Del
Piero, ma come sempre predico nel deserto. Ogni gruppo, all’incirca di una
ventina di persone, si è riunito in una forma di braistorming per analizzare
prima i problemi e poi per proporre delle soluzioni, come se esse fossero
possibili, che sarebbero poi state passate al Presanca, che, se non l’ho ancora
detto, è la rete locale centramericana che sta lavorando su questa materia da
ormai diversi anni. Un lavoro nel quale mi sono un po’ sentito imbarazzato e sul
quale ho delle riserve operative, ma pazienza. Se solo potesse essere utile al
raggiungimento di un solo obiettivo, sarà stato utile. Vedremo.
Rotte le righe, mi pare di annusare subito un’aria da
vacanza. Si ricomincia a cazzeggiare, viene fuori una chitarra e,
incredibilmente, parte La locomotiva. Sono basito e me ne torno a testa bassa
verso la mia cameretta, dove una simpatica signora gridandomi “Limpieza” mi
caccia fuori dalla camera. Scribacchio un po’ e alle 4 (da intendersi con
quarto d’ora accademico canonico, come tutte le cose qui) partiamo per la prima
gita fuori porta (nel senso di fuori
dalla porta dell’albergo). Una bella camminata di un quarto d’ora verso il
mercatino artigianale. E buttalo via! Nella nostra breve camminata, facciamo
però in tempo ad incontrare i vigilantes dell’albergo, in mimetica e zainetto
nero e quelli di un locale che non ho meglio identificato, in più modesti
abiti, ma entrambe le coppie dotati di simpatici fucili a pompa che sfoggiano
come l’abito della prima comunione. Anche il mercatino ha un suo guardione, ma
la sua più proletaria caratura si evidenzia dalla volgarissima pistola che lo
stesso tiene un po’ di lato, quasi vergognandosene (questo lo dico io, ma
credeteci, fa molto libro Cuore).
La pioggia ci sorprende nel canneto, anzi no, quasi davanti
all’albergo, dove oggi è stato un andirivieni di spose, abiti lunghi, damigelle
di 5 anni vestite come Moria Orfei, auto
di lusso e limousine dell’albergo. Mi sembra che qui il kitsch ha vinto tutte
le battaglie per abbandono degli avversari. Giusto il tempo di lasciare in
stanza i nostri trofei e si ricomincia
con un’altra riunione sotto il tucul dell’albergo, una volta tanto
autoconvocata e “dal basso “ (siiii, finalmente ho scritto anch’io il principe
dei luoghi comuni!). Mi pare che in un’oretta di riunione caviamo più decisioni
materiali di una settimana di visite in campo, ma forse è anche grazie a tutto
ciò che abbiamo accumulato in queste giornate di convivenza che la cosa, almeno
al momento, funziona. Cena e fine giornata? Quasi. Per protestare contro noi
stessi, un gruppetto di 9 coraggiosi decide si non cenare in albergo ma di
trovarsi un nuovo posto. Realsan ringrazia e prendiamo 3 taxi che ci portano al
Cafè cafè, che dovrebbe essere un ristorante peruviano. Mi aspetto in luogo
incasinato con cibo a basso costo e insopportabile musica andina e mi trovo
l’esatto opposto. Ci balena un istante di preoccupazione quando il
tassista inizia ad inerpicarsi tra
stradine buie e ci scarica davanti ad una porticina senza un’insegna. Entriamo
finalmente nel ristorante e mi trovo in una replica di un ristorante milanese:
signora di classe di mezza età che ci accoglie in divisa bianca, toni pastello,
molti tavoli vuoti, musica chillout. Iniziamo a valutare la fuitina, ma ormai i
taxi sono fuggiti da tempo. Ebbene, beviamo anche questo calice. Alla fine
usciremo con un conto che per un salvadoregno sarebbe un po’ problematico, ma
dopo aver mangiato ottimamente e aver scherzato con i camerieri vestiti da
pinguini. Insomma, come al solito, prima provare, poi giudicare. Il ceviche è
(era) buonissimo. Forse ho rischiato la salmonellosi, ma anche questo
lasciamolo alle slinding doors. Stavolta
sembra che la chiusura sia avvenuta con perfetto tempismo
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