joe strummer

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lunedì 23 aprile 2012

Titoli di coda

Giorno 6, data astrale 12799.27
Siamo allo showdown, direbbe qualcuno dei miei companeros. Oggi, sabato,  dovrebbe essere (anzi, sarà) l’ultimo giorno attivo di riunioni. Oggi la sveglia è arrivata un po’ prima, e non è stata sonora. Montezuma si è vendicato anche su di me, sembra però in maniera abbastanza leggera, fortunatamente (sembra…). Detto in altri modi, siccome Bella ciao pare essere l’unica canzone comune tra italiani e spagnoli, questa mattina mi son svegliato e ho trovato l’invasor (ma era dentro di me, direbbe Quelo)

A parte queste piacevoli interruzioni, oggi conclusioni finali. Si chiedeva al gruppo di trarre delle conclusioni e di formulare delle proposte stante quanto è stato detto e visto in questi giorni. Praticamente, ci si chiedeva come salvare il mondo. Ho proposto subito la clonazione di Del Piero, ma come sempre predico nel deserto. Ogni gruppo, all’incirca di una ventina di persone, si è riunito in una forma di braistorming per analizzare prima i problemi e poi per proporre delle soluzioni, come se esse fossero possibili, che sarebbero poi state passate al Presanca, che, se non l’ho ancora detto, è la rete locale centramericana che sta lavorando su questa materia da ormai diversi anni. Un lavoro nel quale mi sono un po’ sentito imbarazzato e sul quale ho delle riserve operative, ma pazienza. Se solo potesse essere utile al raggiungimento di un solo obiettivo, sarà stato utile. Vedremo.
Rotte le righe, mi pare di annusare subito un’aria da vacanza. Si ricomincia a cazzeggiare, viene fuori una chitarra e, incredibilmente, parte La locomotiva. Sono basito e me ne torno a testa bassa verso la mia cameretta, dove una simpatica signora gridandomi “Limpieza” mi caccia fuori dalla camera. Scribacchio un po’ e alle 4 (da intendersi con quarto d’ora accademico canonico, come tutte le cose qui) partiamo per la prima gita fuori porta  (nel senso di fuori dalla porta dell’albergo). Una bella camminata di un quarto d’ora verso il mercatino artigianale. E buttalo via! Nella nostra breve camminata, facciamo però in tempo ad incontrare i vigilantes dell’albergo, in mimetica e zainetto nero e quelli di un locale che non ho meglio identificato, in più modesti abiti, ma entrambe le coppie dotati di simpatici fucili a pompa che sfoggiano come l’abito della prima comunione. Anche il mercatino ha un suo guardione, ma la sua più proletaria caratura si evidenzia dalla volgarissima pistola che lo stesso tiene un po’ di lato, quasi vergognandosene (questo lo dico io, ma credeteci, fa molto libro Cuore).
La pioggia ci sorprende nel canneto, anzi no, quasi davanti all’albergo, dove oggi è stato un andirivieni di spose, abiti lunghi, damigelle di 5 anni  vestite come Moria Orfei, auto di lusso e limousine dell’albergo. Mi sembra che qui il kitsch ha vinto tutte le battaglie per abbandono degli avversari. Giusto il tempo di lasciare in stanza i nostri trofei e si ricomincia  con un’altra riunione sotto il tucul dell’albergo, una volta tanto autoconvocata e “dal basso “ (siiii, finalmente ho scritto anch’io il principe dei luoghi comuni!). Mi pare che in un’oretta di riunione caviamo più decisioni materiali di una settimana di visite in campo, ma forse è anche grazie a tutto ciò che abbiamo accumulato in queste giornate di convivenza che la cosa, almeno al momento, funziona. Cena e fine giornata? Quasi. Per protestare contro noi stessi, un gruppetto di 9 coraggiosi decide si non cenare in albergo ma di trovarsi un nuovo posto. Realsan ringrazia e prendiamo 3 taxi che ci portano al Cafè cafè, che dovrebbe essere un ristorante peruviano. Mi aspetto in luogo incasinato con cibo a basso costo e insopportabile musica andina e mi trovo l’esatto opposto. Ci balena un istante di preoccupazione quando il tassista  inizia ad inerpicarsi tra stradine buie e ci scarica davanti ad una porticina senza un’insegna. Entriamo finalmente nel ristorante e mi trovo in una replica di un ristorante milanese: signora di classe di mezza età che ci accoglie in divisa bianca, toni pastello, molti tavoli vuoti, musica chillout. Iniziamo a valutare la fuitina, ma ormai i taxi sono fuggiti da tempo. Ebbene, beviamo anche questo calice. Alla fine usciremo con un conto che per un salvadoregno sarebbe un po’ problematico, ma dopo aver mangiato ottimamente e aver scherzato con i camerieri vestiti da pinguini. Insomma, come al solito, prima provare, poi giudicare. Il ceviche è (era) buonissimo. Forse ho rischiato la salmonellosi, ma anche questo lasciamolo alle slinding doors.  Stavolta sembra che la chiusura sia avvenuta con perfetto tempismo

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