joe strummer

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venerdì 20 aprile 2012

Dies Irae


 


Giorno 4
E venne il giorno più temuto. Man mano che passa il tempo, però, il programma si è fatto un po’ meno hard. All’inizio, si prevedeva il pernottamento in famiglia, che è stato poi cancellato nelle successive versioni della pianificazione. Ieri sera, dopo la giornata campale e il finalino sulla cosmogonia Maya, che ha prodotto morti e feriti come manco un libro di Alberoni, la colazione alle 5.30 si è trasformata in colazione sull’autobus alle 7. Sceso in perfetto orario (come sempre, ovviamente), ho trovato i più mattutini comodamente seduti al tavolo. Altro cambio di programma e vai di colazione comodamente seduti!

Il trasferimento non è dei più agevoli, perché la parte finale è sempre uno sterrato con pendenze che fanno sembrare il San Fermo un cavalcavia, ma sopravviviamo anche a questo. Arriviamo ad Olopa, ridente (insomma) cittadina (beh quasi) guatemalteca (e questo è sicuro) a 2000 metri , ovviamente paese contadino. Ambiente un po’ da brividi, con stradine strette, negozi bui ricavati dai box e gente per le strade che ti saluta come se fossi il Messia. Imparo da un fulminato spagnolo la seguente frase, che potrete riciclare in società: si Ronaldo es Cristiano, Messi es Dios. E scusa se è poco.

Ci becchiamo l’ennesimo briefing nel palazzo comunale, un luogo surreale dove al primo piano c’è una specie di bar/ mensa in un luogo totalmente buio e al secondo un campo da basket dove si affaccia qualche ufficio comunale. Cosa se ne faccia di un campo di basket un popolo con altezza don Lurio, è un mistero che non mi è dato di conoscere. Questo ennesimo saluto serve soprattutto a imparare come si dice pubbliche relazioni in chortì, dialetto del luogo e una delle 23 lingue ufficiali del Guatemala. Veniamo poi trasferiti alle famiglie, previo ennesimo  evento comunitario con preghiera comunitaria celebrata da una specie di vice presidente della comunità. Conosco Enrique, che parte subito di buon passo verso la sua casa. Lui davanti io dietro. Finchè siamo in piano, passi. Poi il sentiero inizia ad inerpicarsi e lui mantiene la stessa velocità. Il mio allenamento alla corsa in montagna non è ancora perfezionato, ma la sorte mi regala l’arrivo prima che l’infarto sopraggiunga

Bueno, io sono solo, come da accordi. Lui abla solo espanol, io solo italiano. Seguono cinque ore di una frase ogni 5 minuti in espagnoliano, di sorrisetti quando non si capisce un tubo, da entrambe le parti, e di grandi analisi del tetto di lamiera sopra la mia capoccia. Diciamo che forse l’organizzazione avrebbe potuto fare uno sforzo in più. Era stato chiesto ai locali di invitarci a fare le stesse cose che avrebbero fatto loro, ma il nostro non pareva molto convinto di questo. In verità, dopo la mia decima richiesta, ho cordado la legna. Ammetto che la mia tecnica da tagliaboschi non è molto avanzata e questo ha significato che mentre Enrique con 10 colpi d’ascia ha segnato longitudinalmente il tronco con precisione teutonica, il vostro affezionato nei successivi 10 colpi ha disegnato un disegno di Kandinski sul tronco provocando l’ilarità del villico, peraltro normalmente sempre abbastanza sulle sue. Giretto intorno alla casa per vedere tutte le varietà di piante cresciute intorno. Finalmente vedo sta benedetta pianta del caffè, che, ovviamente, ha messo ora le gemme, quindi praticamente non si capisce nulla, più diverse altre, alcune delle quali a me sconosciute e una specie di pianta della famiglia della salvia, o almeno questo è quello che ho capito, alta 3 metri. Pranzo con tortillas e feijoles, loro dentro casa, io seduto fuori sotto il patio. Non sono mai entrato nella casa, tetto di lamiera e muri di fango e terra su un’intelaiatura di bambù, secondo la regola locale, e senza finestre se non un buco minimo da cui esce il fumo (almeno quello), ma da fuori sono riuscito a vedere il pavimento di terra pieno di buche e il fuoco sempre acceso, sul quale vengono cotte le tortillas e i fagioli. Mi danno da bere un liquido rosso ma qui mi viene in mente la Manu con tutti i suoi consigli e decido di fare lo stronzo occidentale e di salvarmi la settimana (almeno spero) evitando di ingerire una cosa che poi vengo a sapere essere fatta con dell’acqua che viene dallo scolmo di una vasca privata, opportunamente canalizzata. Un’ora al giorno per i campesinos, non esageriamo. All’ora stabilita, mi scorta verso il ritrovo e tanti saluti. Mi rimane un gusto amaro, composto dall’impossibilità di incidere nella vita di queste povere persone, dalla difficoltà di comunicazione, dalla distanza che comunque esiste tra le nostre culture ma soprattutto dalla consapevolezza che la nostra ha già vinto contro la loro. Parlando, mi chiedeva che auto avevo, che cellulari si vengono e quanto costano, dei negozi. Insomma, l’obiettivo, per loro è essere come noi e ovviamente in parte è normalissimo perché tra fare il taglialegna e schiacciare i tasti di un pc un po’ di differenza effettivamente c’è. I loro bambini però, in giro scalzi per i sentieri, col moccolo sempre presente e con i vestiti strappati, ridevano sempre. Giocavano con un palloncino, e ridevano anche quando si è bucato.

Buona notte Enrique, anzi buongiorno, visto che tra poco mi sa che ti sveglierai. E buonanotte a voi.

2 commenti:

  1. "I loro bambini però, in giro scalzi per i sentieri, col moccolo sempre presente e con i vestiti strappati, ridevano sempre. Giocavano con un palloncino, e ridevano anche quando si è bucato."

    Ecco, se pensiamo ai nostri che non sono contenti nemmeno con "tutto"... che tristezza! Anzi, appunto perchè hanno "tutto" non sono contenti... ;)

    Bello questo reportage, però non ho ancora capito bene il perchè di questo viaggio e da chi è stato organizzato :)

    ciao!
    Chiara

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  2. Grazie :-) Io sono qui in rappresentanza del Comune di Agrate e partecipo ad un programma che si chiama Realsan, che prevede la creazione di una rete tra autorità locali in tema di sicurezza alimentare e nutrizionale. Giuro, non è vacanza, anzi, abbiamo dei ritmi forsennati (e pure di sabato...)

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